La vita senza Social

E chi se la ricorda? Io no.

No davvero, cosa si faceva al cazzeggio prima di Twitter? E come ci riuscivano tutti a farsi gli affari miei senza Facebook? E prima di Internet? E prima degli SMS?

Pausa di riflessione, brancolamento smarrito fra i cassettini della memoria…e poi, si-len-zio *cit.

Come si avvisava l’amica/fidanzato che eri in ritardo e saresti scesa fra 5 minuti? Come si diceva ai tuoi che andavi qui/lì/là invece di tornare a casa, senza farsi saltare i timpani? Come facevi ad essere super aggiornata su ogni notizia? Come facevi ad essere SEMPRE-SEMPRE-SEMPRE rintracciabile?

Io un po’ me lo ricordo e, contro ogni pronostico, dopo anni di Social, posso dire di aver alzato bandiera bianca. Mi tocca considerare che si stava meglio. Io, perlomeno, stavo meglio.

Prima la mia vita era tranquilla. Facevo tutto senza l’assillante notifica diqualsiasicosa. Leggevo il giornale per tenermi aggiornata, leggevo libri per farmi una cultura, uscivo con gli amici per coltivare una dignitosa vita sociale. Parlavo al telefono per salutare chi mi andava di salutare.

Poi è arrivato Facebook, e di colpo ho ritrovato tuuuuuuuuuuuuutte, ma proprio tutte, le persone che conosco, comprese quelle che credevo di essere riuscita a seminare per strada, di aver dimenticato o sfanculato definitivamente. Come quella tizia cicciotta che mi ha fatto passare una ciofeca di triennio all’asilo rubandomi il MIO ippopotamo viola, che decide trent’anni dopo di scrivermi “ehi, ciao, ma ti ricordi?? daaai, non ci creeeeedo. ma come mai non mi accetti l’amicizia?”. Oh, aspetta, devo avercela proprio qui l’accetta.

Ma non bastava. Facebook era troppo personale. E allora perchè non buttarsi su Twitter? Più anonimo. Non serve mostrarti come sei, ma puoi mostrarti come vuoi. Et-voilà, ecco [anche] l’ossessiva necessità di comunicare alla tua TIMELINE [lineadeltempo, che suggerisce già una discreta assuefazione inconscia] ogni tuo singolo movimento. Si parte bene, inizialmente: appare qualcuno con discrete abilità da scrittore, quell’altra va che brava, dice di fare la giornalista freelance e in effetti scrive bene. Poi ci sono i famosi. Ma sarà veramente lui/lei o no? Lo sportivo, l’attore, il giornalista “quello che fa la cronaca in tivvù, veh!”. Lo sapete tutti che, con qualche accorgimento di fuso orario, si rischia di entrare in contatto anche con i divi oltreoceano. Anche io ho avuto l’illusione/opportunità di provare il brivido. Mi sono anche divertita a commentare le partite di NBA. […partite di NBA, mi leggete?!? –> questo probabilmente sarebbe stato il mio tweet in questo frangente]. Sì ma il brivido dura poco, i fan si trasformano in stalker (loro non lo ammetteranno MAI, ma è così e succede a TUTTI) e qualsiasi argomento è causa di dibattiti pazzeschi e per nulla costruttivi, esagerati, storpianti ma soprattutto stroppianti. Sempre-le-stesse-cose. Gente, alienata, che si offende per un tweet, pazzi psicopatici che asseriscono di non far caso al numero di followers e poi son li a piangere perchè nessuno gli fa un #FF o a domandarsi del perché, improvvisamente ne abbiano persi una manciata. Di followers.

Ci capiamo? Si perde il senso della realtà.

Tranquilla. La mia vita PRIMA era tranquilla, il mio tempo era DI PIU’.

Adesso, o meglio fino a prima che ponessi fine anche alla mia esperienza twitterina ero diventata così:

Un occhio su tutto. Per stare sul pezzo, mica per altro. Ma sono anche grata ai social per avermi aperto gli occhi, per avermi fatto capire meglio: io odio la gente. Mai come oggi. Mai come nei social. Mai come GRAZIE ai social. Con le dovute eccezioni, chiaramente, ma tutto ha un limite.

Ed eccolo un altro traguardo di questi Enta: basta con le cazzate. Per adesso, almeno. Fin quando crederò di essere tornata alla mia tranquilla normalità. Ecco l’inizio di una vita senza social, la mia.