Chi fa da sé.

Fa da sé e, alla fine, lo fa in modo molto scurrile. Anche l’animo più cheto, ne sono certa.

Sono in Posta e davanti a me ho qualcosa come sette persone, ma il mio turno, in reali termini di pazienza, non arriverà mai; dunque son qui, rassegnata, con in mano il mio “smartfòn” a condividere beghe che non so più come tacere.

E’ ancora presto per dire che si è trattato di una giornata orrenda, proprio un lunedì, ma le premesse della mattinata non hanno sortito alcuna speranza, almeno non a quest’ora. E visto che mi trovo qui, non per ritirare pacchi, che volendo potrebbero anche contenere qualche sorpresa, ma per pagare dei bollettini, non mi aspetto nessuna svolta, anzi, facciamo che la chiudiamo qua, perché per incazzarmi ho già ben troppa carne al fuoco.

Una per tutte la questione della mobilità. Liste, indennità, neppure gli addetti ai lavori sanno come raccapezzarsi, e in più la società per cui lavoravi e il relativo studio commercialista ti liquidano con un candido “sei tu che devi attivarti e informarti” dopo averti convinta a chiedergli di licenziarti per assicurarti la soluzione più vantaggiosa per il tuo futuro, assicurandoti che avrebbero pensato loro a tutto. Vittima delle negligenze e del menefreghismo altrui. Ecco come mi sento. Incazzata lo sono, ma più per lo sbattimento che mi aspetta piuttosto che per la condizione.

Meno male che, nonostante la mia proverbiale pigrizia, non so stare con le mani in mano. Sta di fatto che se non avessi rotto le palle io all’impiegata dello studio paghe, non avrei neanche saputo di alcuna scadenza. E sì, perché forse non tutti sanno che oltre a smazzarti da sola tutte le pratiche di iscrizione alla suddetta lista, devi prima anche capire a chi rivolgerti. Perché è una nuova direttiva, non sappiamo. Perché, sì è vero che può farlo anche la Società, ma è meglio che si informi Lei di persona. FIGURIAMOCI IO, se lo so. E poi è una prova a tempo. Hai 68gg dalla data della lettera di licenziamento, da cui però devi già scalare una settimana e prima della fine del preavviso non ti puoi muovere durante la giornata perché sei in ufficio e CASUALMENTE non hai più né ferie né ROL disponibili, quindi perdi altro tempo. Cioè, neanche a Jeux sans Frontières –> contributo dalla regia.

Nel frattempo, dai che quella davanti ha solo ventordici bollettini in mano, fra poco più di molto tocca a me. Già che ci sono ne prendo qualcuno vuoto, qui dall’espositore a fianco. Chissà quanti me ne serviranno in questi giorni. Non voglio pensarci, adesso.

Voglio concludere con l’applauso dell’impiegato postale che ha rimesso al suo posto il vecchio (da leggere con negativissima accezione) furbetto scavallatore con un rispettoso, ma insindacabile:

Mi spiace signore, prima la ragazza [e, ma sun chi anca mì giamò da…] la fila è uguale per tutti! Prego signorina.

No ambition

Almeno per quanto riguarda l’arte culinaria.

In un’era dove cuochi più o meno qualificati, o forse solo più o meno di mio gradimento (più Rugiati, meno Borghese e Vissani su tutti) ci intrattengono e ipnotizzano da ogni dove (blog, radio, canali digitali, analogici, terrestri, in nave, al cinema, ovunque insomma), mi faccio tentare dalle loro ricette e mi ci metto alla prova. Senza particolari ambizioni, appunto, ma solo per il gusto di gongolare sentendomi dire “che brava!”. E senza violentare la vista di nessuno (magari a dieta) sui vari social, raccoglierò qua le imprese meglio riuscite. Grazie anche a un ottimo esempio, da qualche tempo ho scoperto che cucinare è un’ottima valvola di sfogo. Cucinare per sé da’ già grandi soddisfazioni, cucinare per gli altri moltiplica il tutto all’ennesima potenza. Ma solo se riesci a regolarti con il sale…